sabato 11 maggio 2013

Frate Umile da Petralia Soprana e il Crocifisso di Caltavuturo


Lo scorso 4 maggio, in concomitanza con la festa del Crocifisso, si è tenuta presso i locali del Museo Civico una conferenza sulla figura di Frate Umile da Petralia Soprana, autore del Cristo in croce conservato nella chiesa del Convento di Caltavuturo. Relatore dell’incontro è stato il sig. (i titoli professionali bisogna averli conseguiti per vantarsene!) Felice Dell’Utri, autore a suo tempo insieme a Rosolino La Mattina di una monografia sul frate scultore, che per l’epoca (1987) poteva rappresentare un buon repertorio di partenza per lo studio della scultura francescana del Seicento, ma oggi essa è ampiamente superata dai nuovi studi che si sono succeduti negli ultimi due decenni. Questo anacronismo degli studi presentati è stato manifesto anche nella mostra fotografica allestita in contemporanea in altri locali sempre del Museo Civico, dove sono state esposte delle vecchie foto di opere, molte delle quali ormai restaurate, e soprattutto con attribuzioni oggi non più accettabili per frate Umile, come il Crocifisso di Castelbuono, quello di Termini e molte altre.
Vorrei tralasciare, dunque, i contenuti poco interessanti dell’intervento, come pure mi pare poco opportuno replicare alle considerazioni non troppo lusinghiere espresse nei miei confronti (per dirla con Manzoni: «Ai posteri l’ardua sentenza»!), e vorrei invece dire qualcosa sul Crocifisso di frate Umile conservato a Caltavuturo, di cui si è fatto appena cenno durante l’incontro del 4 maggio.
Per quanto attualmente ne sappiamo, la prima volta che l’opera caltavuturese viene ricordata dalla storiografia è nel testo di fra’ Benedetto Passafiume, De Origine Ecclesiae Cephaleditanae... (1645), dove a pagina 59, parlando del Convento di Santa Maria di Gesù fondato dai francescani Osservanti Riformati nel 1625, a un certo punto si legge che «in quella chiesa si venera la Santa Immagine del Signore Crocifisso delineata da Frate Umile di Petralia».
Il Crocifisso di Caltavuturo è ricordato poi da fra’ Pietro Tognoletto nella sua “Opera Summa” sull’Ordine minorita Riformato in Sicilia (pubblicato postumo nel 1681), che mette l’opera al secondo posto in un elenco di trentatre crocifissi tutti realizzati, secondo lo storico palermitano, da Frate Umile. Appare ovvio che l’elenco proposto dal Tognoletto non può minimamente essere preso in considerazione dal punto di vista della cronologia delle opere, non era questo il suo intento, come pure il numero di opere elencate appare evidentemente emblematico e non reale. Uno scritto come quello del Tognoletto, che si può pienamente inserire nel genere letterario delle agiografie controriformiste del Seicento, va correttamente interpretato e non preso alla lettera, ma per far ciò ovviamente ci vogliono competenze adeguate. Un documento o una fonte è inutile o addirittura fuorviante se non si sa interpretare correttamente, ma noi storici dell’arte abbiamo dalla nostra un’arma in più, infatti i nostri primi documenti sono le opere stesse, che ci danno indicazioni al pari, o forse più, di una fonte scritta. Inoltre penso che non ci sia nulla di più avvilente del vedere trattare le opere d’arte, le sculture di frate Umile in questo caso, come pura tecnica esecutiva, che è il livello di lettura più basso dentro l’infinito mondo di linguaggi che l’opera d’arte racchiude in sé. Ciò che appare da questo tipo di supponenza e che Frate Umile abbia fatto i suoi crocifissi con lo stampino e quindi essi sono tutti uguali, l’importante è verificare le rispondenze tecniche o, peggio ancora, iconografiche. Evidentemente le cose non stanno così.
Cercando allora di inserire il Crocifisso di Caltavuturo nel percorso artistico di Frate Umile, rispetto a quanto sostenuto finora, io ritengo che esso non possa trovare assolutamente posto fra le opere giovanili del Pintorno, essendo totalmente distante dal naturalismo espressionista ad esempio del Crocifisso di Petralia Soprana, come pure sembra molto difficile che la nostra opera possa precedere il Crocifisso di Collesano, datato 1635, già più composto rispetto a quello di Petralia ma ancora legato a quella prima fase realizzativa. Assai vicini al nostro Crocifisso appaiono invece le opere Calabresi e il Crocifisso di Polla, mentre per la Sicilia il Crocifisso di Sant’Antonino a Palermo, opera lasciata incompiuta dal Pintorno e poi completata dai suoi collaboratori. Tutte queste opere, compresa quella di Caltavuturo, manifestano un mutato linguaggio del frate scultore, legato adesso ad un classicismo pieno e maturo, probabilmente acquisito durante il viaggio in terraferma (1636 – 1637), dove ormai le ferite sempre evidenti ed abbondanti non disturbano più la pacata serenità dell’immagine. Anche il panneggio del perizoma si fa più morbido e sembra risentire di quanto nel frattempo andava realizzando l’altro grande protagonista della scultura francescana della prima metà del Seicento, frate Innocenzo da Petralia Sottana. La datazione più convincente per il Crocifisso di Caltavuturo, tenendo conto anche dei tempi relativi alla costruzione del convento e della chiesa annessa (cfr. Caltavuturo. Atlante dei beni culturali, ed. L. Romana, Caltavuturo 2009, pp. 128-131), mi sembra essere dunque tra la fine del 1637 e la prima metà del 1638, cioè negli ultimi anni della vita di frate Umile, che muore il 9 febbraio del 1639.
Vorrei concludere questo mio breve intervento ritornando sulla sera del 4 maggio. Non tutto è stato negativo. Molto interessante è stato infatti l’intervento di apertura della dottoressa Maria Grazia Muscarella sull’estetica, nel senso più alto del termine, della rappresentazione del Cristo sofferente, con l’unica pecca che è stato troppo breve: si poteva dare più spazio a questa tematica senz’altro più stimolante del resto.
Giuseppe Fazio